Quale futuro per l’Eurozona. Le proposte delle Commissione Europea per attuare il rapporto dei Cinque Presidenti

Forse non si poteva fare di più. Forse è meglio un passo piccolo e molto incerto che l’immobilismo. Il fatto è che vi sono validi motivi per dubitare che costituiscano davvero dei passi avanti le proposte che la Commissione Europea ha reso noto il 21 ottobre scorso per dare attuazione al cosiddetto rapporto dei Cinque Presidenti presentato nel luglio scorso con la finalità ambiziosa di completare l’Unione Economica e Monetaria.

L’idea centrale di quel rapporto, in sé del tutto condivisibile, è che un’unione politica e di bilancio è un’ulteriore ed essenziale passaggio per dare credibilità e solidità alla moneta unica. Non si tratta certo di un’idea nuova, ma è un’idea che ha acquisito forza alla luce delle asimmetrie fra paesi che si sono manifestate nel corso della lunga crisi degli anni scorsi, che hanno messo in discussione la solidità e l’esistenza stessa della moneta unica.

I dubbi sorgono nel momento in cui si osserva che a questo obiettivo si giunge passando per un lungo percorso articolato in tre fasi, la prima delle quali prevede esclusivamente che vengano stretti i bulloni delle attuali regole sui bilanci pubblici e sulla competitività allo scopo di produrre una maggiore convergenza economica fra stati membri. Anche la cosiddetta fase due, che potrebbe durare sino al 2025, ha come obiettivo pressoché esclusivo quello di rafforzare la convergenza, in particolare attraverso l’istituzione un vero e proprio Ministero delle Finanze dell’Eurozona.

I dubbi si rafforzano quando si guardano i dettagli delle proposte delle Commissione riguardo all’istituzione di un “Consiglio Europeo di Bilancio” e di “Consigli per la Competitività” nei singoli paesi. In entrambi i casi si tratterebbe di autorità tecniche che dovrebbero fornire dei pareri indipendenti sulla base dell’attuale imponente sistema di regole relative ai bilanci pubblici e agli squilibri macroeconomici. I membri del Consiglio Europeo di Bilancio verrebbero nominati, in numero di cinque, dalla Commissione, con procedure che coinvolgono tra l’altro la Banca Centrale Europea, ma escludono sia il Parlamento Europeo sia i Parlamenti nazionali. I “Consigli per la Competitività” dovrebbero dare pareri su un arco amplissimo di questioni, incluse ad esempio quelle attinenti alla contrattazione sindacale.

Qualunque cosa si pensi, in generale, sulla vexata quaestio “regole contro discrezionalità” nella gestione della politica economica, appare evidente che in questo caso la bilancia si sposta pericolosamente dalla parte delle regole, dal momento che manca completamente un livello politico che in alcuni casi, per quanto eccezionali, possa bilanciare il peso delle regole. E ciò perché per un lungo periodo di tempo non si affronterà il problema delle risorse da mettere in comune, ad esempio per creare un fondo europeo contro la disoccupazione ciclica, né della questione della legittimità democratica del livello di governo europeo.

 

Chiaramente si ritiene in questo modo di superare sia i timori tedeschi riguardo alla prospettiva di una unione di trasferimenti sia i timori dei francesi riguardo alla ulteriore messa in comune di segmenti di sovranità. Il fatto è che il combinato disposto di queste paure comporta che ci attende un decennio in cui l’Unione e gli Stati Membri si dovranno preoccupare quasi solo del tema della convergenza. Schematizzando e semplificando un po’, l’aspettativa è che nel 2025 avremo tutti più o meno gli stessi debiti pubblici e lo stesso livello di competitività. E solo a quel momento si potranno compiere passi significativi verso un’Europa Federale.

Questa prospettiva appare quanto meno improbabile dal momento che proprio la crisi ha dimostrato quanto siano profonde le ragioni, anche politiche e istituzionali, delle asimmetrie fra paesi. La stessa crisi migratoria in corso colpisce in modo asimmetrico i diversi paesi.

Soprattutto, c’è da preoccuparsi riguardo alle prospettive di successo di questa strategia di convergenza. Un incidente di percorso potrebbe avere conseguenze rilevanti e immediate anche sulla percezione dei mercati e quindi sullo spread fra paesi e sulla stessa sostenibilità dell’euro.

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, si avvia oggi un percorso che muove nella prospettiva, sia pure lontanissima, di un’Europa Federale. Ma si deve sperare che ben prima del 2025 si creino le condizioni, politiche e di mercato, per anticipare la fase tre o alcuni suoi aspetti relativi ai due punti cruciali del bilancio comune e della legittimità democratica. Come ha più volte detto anche Mario Draghi, da questi sviluppi, tutti da verificare, dipenderanno le stesse prospettive dell’euro.

 

Da rassegna stampa del 25//10/2015

Quale futuro per l’Eurozona. L’Unione politica e il nodo convergenza

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