L’abolizione del parity rate sulle piattaforme on line: davvero un vantaggio?

La Camera ha approvato con ampissima maggioranza l’emendamento del deputato Arlotti sull’abolizione della cosiddetta parity rate: alcuni portali di pernottamento online, come Booking, richiedevano agli hotel affiliati di non offrire, tramite altri canali, un prezzo più basso rispetto a quello offerto su Booking stesso. Se la norma verrà confermata al Senato, questa clausola contrattuale non sarà più consentita.

Per disciplina di gruppo, non ho votato contro questo emendamento, ma ho seri dubbi sui reali vantaggi che esso può portare ai consumatori e al nostro turismo e auguro un ripensamento al Senato.

La norma costituisce un’ingerenza pesante nella libertà contrattuale fra le parti, fatto che si giustifica solo in presenza di motivi solidi. Teniamo conto che Booking inserisce questa clausola per permettere ai propri clienti albergatori di usufruire dei tanti servizi a disposizione: sta poi agli albergatori stessi decidere se sottostarvi o rivolgersi a un concorrente, piuttosto che operare in autonomia sul mercato delle prenotazioni. Questo principio di libera scelta rischia di venire meno con l’imposizione del divieto. Inoltre non sarà solo il gigante Booking a dover fare i conti con questa decisione, ma anche qualsiasi suo attuale o potenziale concorrente. Ad esempio, una piccola start-up che voglia sperimentare un modo nuovo di proporre la visibilità on-line degli annunci alberghieri si troverà comunque colpita dal provvedimento, con evidenti ripercussioni (negative e non volute!) sulla dinamica concorrenziale.

Il punto essenziale è che un intervento di regolamentazione di questo tipo rischia di portare a conseguenze negative sui prezzi e sui flussi turistici. In cambio della clausola di parity rate Booking offriva agli albergatori una serie di servizi (testi degli annunci, foto, traduzione in 42 lingue, assistenza clienti ecc.), che potrebbero adesso – in un contesto di cambiata profittabilità per il colosso del web – tramutarsi in un costo che rischia invariabilmente di essere scaricato sugli albergatori stessi e sui loro clienti. I ricavi per Booking allora diminuiscono, si comprimono i margini che andranno a erodere i servizi (finora) gratuiti, e aumentano quindi i costi unitari, che si scaricano inevitabilmente sui piccoli e medi albergatori. Questi si vedranno costretti o a sostenerli, scaricandoli a loro volta sui propri clienti, o a uscire dal circuito di Booking, perdendo in visibilità. Tutto questo rischia di far male al sistema turistico italiano anche in un’ottica di competitività europea, dove una limitazione di questo tipo esiste solo in Francia.

Per il turista diventerà infatti più macchinoso trovare la migliore offerta per le sue esigenze: per individuare il prezzo più basso dovrà cercare sui siti dei singoli alberghi, offerta per offerta. Questo riduce la concorrenza e rischia di indurre i turisti a cercare le migliori offerte in altri paesi, dove i servizi delle piattaforme on line sono offerti senza vincoli e quindi meno costosi, in termini di tempo e complessità, per l’utente finale: la trasparenza è sempre dalla parte del consumatore.

Ad esempio, la legge obbliga attualmente le compagnie di assicurazione a mettere online, su un unico sito mantenuto dall’authority, le proprie tariffe in modo da rendere il più agevole possibile al consumatore effettuare confronti e selezionare l’offerta migliore. Questa norma impone trasparenza a vantaggio del consumatore e rende più competitivo il mercato assicurativo. Nel caso degli alberghi questo stesso servizio è offerto in regime di concorrenza da piattaforme private. Dovremmo ringraziarle anziché intralciare il loro lavoro.

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