La ripresa si consolida. L’Unità, 12 settembre 2015

Nel marzo scorso scrissi che l’Italia non poteva più essere descritta come un paese che aveva fatto un provvidenziale passo indietro per evitare il baratro.

Un’immagine diversa e allora forse più appropriata era quella del crinale. Nell’immagine del crinale piccole differenze nelle condizioni iniziali potevano fare una grande differenza negli esiti successivi, come nel caso dello scalatore che può precipitare o arrivare in vetta sano e salvo, a seconda che metta il piede nel punto giusto oppure un millimetro più in là. Oggi questa immagine va ulteriormente aggiornata. Lo scalatore sembra aver messo il piede dalla parte giusta. Questo ci dicono gli indicatori congiunturali. Ormai non si tratta più solo di uno o due dati suscettibili di essere smentiti dai successivi. Abbiamo una sequenza di indicatori che iniziano a delineare una tendenza. Nel secondo trimestre del 2015 il Pil è cresciuto dello 0,7% rispetto al luglio del 2014 e ciò è avvenuto malgrado che le importazioni siano cresciute più delle esportazioni; segno che si sta riprendendo, sia pure lentamente, la domanda interna. I consumi delle famiglie sono infatti cresciuti dello 0,6%; gli investimenti in mezzi di trasporto, principalmente automobili, hanno registrato un balzo del 23%.  Successivamente alla chiusura del secondo trimestre abbiamo i dati positivi di Federalberghi sul turismo, quelli di Confcommercio sui consumi e soprattutto quelli Istat sulla produzione industriale. A luglio la produzione è cresciuta del 1,1% rispetto a giugno e del 2,7% rispetto a luglio del 2014. Il dato della produzione industriale è particolarmente significativo perché questo aggregato è misurabile con un elevato grado di accuratezza, è molto sensibile all’andamento del ciclo economico e ha un forte effetto di traino rispetto al resto dell’economia. I dati positivi sull’economia si aggiungono a quelli dell’occupazione e ne rappresentano una forte conferma dal momento che rispetto a questi ultimi sono meno influenzati dal provvedimento sulla decontribuzione dei nuovi assunti che ha, almeno in parte, natura di una tantum.
Questo quadro risente positivamente di fattori esterni, quali il basso prezzo del petrolio, il QE e la svalutazione dell’euro. Ma non si sarebbe realizzato se all’interno non si fosse configurato un rafforzamento della fiducia delle imprese e delle famiglie. Vari studi, assolutamente autorevoli, ci dicono gli 80 euro sono serviti. Peraltro nemmeno i critici più severi si sognano di proporre di eliminare questa misura, segno che le critiche le si fanno a volte più per dovere che per convinzione profonda. La fiducia delle imprese è sicuramente cresciuta con le quattro misure chiave assunte da questo governo: il contratto Poletti a tempo determinato, il Jobs Act, l’eliminazione della componente Irap del lavoro e la decontribuzione dei nuovi assunti. Queste misure, assunte con determinazione e senza troppi compromessi, hanno fatto capire che il governo ha ben chiare le esigenze di chi fa impresa.  Verosimilmente sulla fiducia di famiglie e imprese ha avuto un effetto positivo anche la serietà con cui il governo ha mantenuto gli impegni in materia di bilancio pubblico, mai dando l’impressione di dimenticare che tutto ciò che facciamo è condizionato da un debito pubblico molto elevato. Il che ha comportato che su materie delicate il governo abbia detto dei no, in qualche caso anche assai dolorosi.
Superato il punto più critico del crinale non è detto che la strada sia in discesa. I rischi sono tanti nel quadro internazionale – la frenata della Cina e la fine della moneta facile negli USA – e anche nel quadro interno. Se per i  motivi più svariati, il cammino del governo si dovesse interrompere e contemporaneamente dovessero migliorare ulteriormente le prospettive dei partiti populisti noeuro, il quadro della fiducia si sgretolerebbe rapidamente, i capitali riprenderebbero la via dell’estero anziché quella dei consumi e degli investimenti in Italia, la produzione riprenderebbe a scendere come ha fatto da sette a questa parte. La strategia di politica economica per i prossimi mesi non può prescindere da questi fattori che sono politici, ma hanno anche un impatto molto forte sulla psicologia collettiva e per questa via sull’andamento effettivo dell’economia.
12/09/2015 Giampaolo Galli

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