Intervento in Aula: rendiconto 2014 e disposizioni per l’assestamento 2015

GIAMPAOLO GALLI: Grazie Presidente. Il giudizio del gruppo del Partito Democratico sui documenti che ci vengono proposti oggi dal Governo, che sono stati or ora esposti dal relatore Melilli, ovvero il rendiconto 2014 e l’assestamento 2015, è un giudizio positivo.

Per il 2014, l’assestamento, che riguarda il perimetro dell’amministrazione dello Stato, conferma un dato che era già noto per quello che riguarda il perimetro più ampio della pubblica amministrazione, ovvero che l’indebitamento si è mantenuto entro il limite del 3 per cento, malgrado il cattivo andamento dell’economia che abbiamo avuto ancora nel 2014. E nel 2015 l’assestamento che stiamo discutendo è coerente con il dato contenuto nel documento di aggiornamento al DEF che discuteremo nei prossimi giorni, in base al quale il disavanzo del 2015 scende ancora al 2,6 per cento.

Il punto che vorrei sottolineare è che in termini strutturali siamo molto vicini al pareggio di bilancio e, anzi, secondo alcune stime, ad esempio quelle dell’OCSE, siamo già oggi in pareggio o addirittura in avanzo. In ogni caso, attendendosi alla valutazione ufficiale, il nostro indebitamento netto strutturale, ossia al netto del ciclo e delle una tantum, sarebbe pari a solo lo 0,7 per cento nel 2014 e allo 0,3 per cento del PIL nel 2015.

Questo significa una cosa molto chiara e molto importante. Basta un ritorno a condizioni di relativa normalità per quello che riguarda la crescita perché il nostro bilancio pubblico raggiunga il pareggio. In altre parole, lo sforzo aggiuntivo che dobbiamo fare è relativamente piccolo, appunto lo 0,3 per cento del PIL, secondo queste stime, e addirittura zero, secondo le stime dell’OCSE. Questi dati sono già reali, non sono proiezioni, sono già incorporati nei bilanci del 2014 e del 2015 e ci dicono che gli sforzi fatti negli anni scorsi non sono stati vani, che i sacrifici degli italiani non sono stati vani e ci dicono che siamo molto vicini al traguardo e che per raggiungerlo ciò che occorre essenzialmente sono riforme per spingere sulla crescita economica.

Peraltro sappiamo che la ripresa è in corso e il fatto che qualcuno sostenga che la ripresa sia tutta dovuta a fattori esterni è, per così dire, una tesi possibile, ma che non convince. Basta considerare degli scenari alternativi, per esempio uno scenario nel quale non si fossero fatte le riforme. Immaginiamo che nel corso del 2014-2015 non si fossero fatte le varie riforme: jobs act, Irap lavoro, decontribuzione per i nuovi assunti, banche, riforme istituzionali e via dicendo. Il minimo che si può dire è che l’Europa, in condizioni del genere, non ci avrebbe concesso la flessibilità di bilancio, di cui ora possiamo fruire. E, quindi, ci troveremmo oggi o con una dose maggiore di austerità oppure in un conflitto piuttosto grave con l’Europa. E vorrei sottolineare che l’Europa non ci avrebbe concesso la flessibilità per un motivo che si può condividere o non condividere, ma che è del tutto comprensibile. Non ce l’avrebbe concessa perché verosimilmente non ce l’avrebbero concessa i mercati. Perché, in assenza di riforme, non saremmo riusciti a recuperare la fiducia dei mercati e dei risparmiatori anche italiani e sarebbe prevalsa forse l’idea, peraltro assai diffusa fino a non molto tempo fa in ambito internazionale, secondo cui il debito pubblico italiano – quante volte abbiamo sentito dire questa frase sciagurata – era « tecnicamente insostenibile ».

E dunque, in questo scenario, sarebbero rimasti vivi interrogativi di fondo, inquietanti, gravi, circa le prospettive del nostro Paese, la sostenibilità del debito, la sostenibilità della nostra permanenza nell’euro. Peraltro non sto parlando di cose lontane da queste Aule, perché il leader di uno dei gruppi politici qui presenti ha detto tante volte la frase « ormai siamo alla bancarotta », ed egli ci ha annunciato tante volte che non avremmo superato l’autunno o l’inverno.

A dire il vero da quando ha cominciato a dire queste cose abbiamo superato tanti autunni e tanti inverni. Ma vorrei essere chiaro. Non sto dicendo che queste tesi, per quanto fantasiose, fossero del tutto fuori dal novero delle cose possibili. Sto dicendo che le cose che abbiamo fatto hanno sostanzialmente eliminato o ci hanno lasciato alle spalle questo rischio. Il Movimento 5 Stelle, a cui mi sto riferendo, e altre opposizioni hanno fatto tutto il possibile, legittimamente, per impedire che si realizzassero le riforme necessarie alla crescita, ma non ci sono riusciti. Non sono riusciti ad impedire che in Italia tornasse un ragionevole clima di fiducia, che le famiglie ricominciassero a spendere, le imprese a investire. Il motivetto « tanto siamo già falliti », non va più molto lontano. E questo ci conferma ulteriormente che non è vero che è tutto e solo merito del quadro internazionale.

Ma c’è un altro scenario in cui la crescita non si sarebbe materializzata, a mio avviso, malgrado il miglioramento del quadro internazionale. È lo scenario in cui sul piano politico vi fosse stata la prevalenza, ad esempio alle elezioni europee, o in pur improbabili elezioni politiche anticipate, di forze politiche che auspicano l’uscita dell’Italia dall’euro e, come sappiamo, ce ne sono. In questo scenario, io credo che il patrimonio di fiducia che abbiamo faticosamente con sacrifici accumulato in questi anni si sarebbe dissolto. Su questo punto vorrei solo brevemente citare un personaggio per il quale non posso essere sospettato di avere alcuna simpatia e che – lo ridico, è stato già più autorevolmente detto da altri – per fortuna con le ultime elezioni in Grecia è sparito dal panorama internazionale. Mi riferisco ovviamente all’ex ministro delle finanze greche che ha spiegato – cito – che uscire dall’Euro equivale ad annunciare una rilevantissima svalutazione del cambio con un anticipo di oltre un anno, cioè il tempo che ci vorrebbe per cambiare la valuta. Un tempo questo più che sufficiente – egli spiega – per portare all’estero non solo i capitali ma tutti gli asset di una nazione. Ossia un tempo più che sufficiente per desertificare e dunque distruggere il tessuto produttivo di una nazione.

Ed egli aggiunge una frase che mi ha colpito, devo dire, pur nel dissenso generale che ho nei confronti del pensiero di questo personaggio. Questa frase: « Una volta che un paese ha imboccato la strada dell’euro, quella strada svanisce, non c’è più, e il tentativo di ripercorrerla a ritroso, ossia di uscire dall’euro, può portare a fare un salto nel vuoto ». Può non piacere, ma è così e ce lo dice uno che non può certo essere sospettato di filo europeismo di convenienza e soprattutto che ha potuto vedere molto da vicino il baratro delle banche chiuse, dell’economia paralizzata, della fuga dei depositi all’estero. L’Italia non è la Grecia. Siamo un paese molto solido, abbiamo un tessuto manifatturiero fra i più forti in Europa. Ma non dobbiamo sbagliarci. Se prevalessero le forze anti-euro, il rischio sarebbe che il baratro si riaprirebbe anche di fronte a noi, come è successo in Grecia.

Concludo con quello che a me pare il punto chiave che emerge dai dati di cui discutiamo oggi. Fino a poco tempo fa eravamo il problema dell’Europa. Eravamo, lo ricordiamo tutti, sorvegliati speciali. Eravamo il paese che, secondo il Fondo monetario internazionale, poteva mettere in crisi non solo l’Europa, ma l’intera economia mondiale. Oggi sull’Italia e in Italia prevale la fiducia, la tranquillità quanto meno. Prevale l’idea che siamo un paese normale, civile, in cui si può vivere e investire. Ciò accade malgrado i notevoli sforzi che, più che legittimamente, opposizioni non molto costruttive hanno fatto per impedirlo.

I documenti di bilancio che il Governo sottopone oggi alla nostra approvazione sono la testimonianza che l’Italia è un paese che si sta riprendendo. Un paese che è in grado di affrontare le sfide difficili, indubbiamente molto difficili, che ci stanno di fronte nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Qui il video integrale dell’intervento:

Print Friendly, PDF & Email