Le ragioni per rimanere uniti nel PD. l’Unita 17 agosto 2015

Per le modalità con cui, all’inizio del 2013, sono stato invitato a condividere l’attuale esperienza parlamentare, senza che nessuno mi abbia nemmeno chiesto di prendere la tessera del partito, io dovrei essere considerato come un “indipendente”, ossia uno da cui ci si aspetta che voti “secondo coscienza” e per il quale il precetto costituzionale di “assenza di vincolo di mandato” dovrebbe dispiegarsi appieno.

In realtà, forse con mia sorpresa, in questi due anni ho scelto quasi sempre di votare secondo le indicazioni del gruppo. La ragione è che, in quella straordinaria cacofonia che è diventata da molti anni la politica italiana, il dissenso di un parlamentare del partito di maggioranza contribuisce sempre, poco o tanto, alla confusione generale e indebolisce il PD, partito che, pur fra errori e ritardi, ha dimostrato di essere l’architrave della democrazia italiana e l’unico in grado di tirar fuori l’Italia da una crisi gravissima.

Al di là dei motivi sistemici e istituzionali per cui si può ritenere che la lealtà di gruppo sia normalmente il modo corretto di esercitare il mandato parlamentare, ci sono motivi di eccezionalità della situazione dell’Italia che giustificano appieno questa scelta.

L’Italia è su un crinale. Può uscire dalla crisi facendo leva sulle sue straordinarie energie imprenditoriali. Ma può anche precipitare in un baratro tremendo, ben peggiore di quanto abbiamo visto fino ad ora.  La Grecia sta lì a indicarci cosa potrebbe succedere se sbagliassimo politiche.

Alcuni analisti ci consolano con la considerazione che l’Italia ha una struttura economica e industriale ben più solida di quella della Grecia, il che è vero e dimostra che abbiamo tutte le potenzialità per uscire dalla crisi.  Ma non dobbiamo illuderci: ciò non ci mette affatto al riparo da una crisi finanziaria, qualora si fermasse il processo riformatore in atto oppure si consolidassero le prospettive di successo politico di movimenti populisti. Anzi, una crisi che colpisse l’Italia potrebbe avere conseguenze più gravi di quella ha colpito la Grecia perché l’Italia è “troppo grande per essere salvata”. Nessun gruppo di paesi (Usa, Cina, UE, Brics) sarebbe in grado di comprare tutto o quasi tutto il debito pubblico italiano, così come è stato fatto con la Grecia.

Il fallimento di uno Stato, di una grande democrazia di massa, è un fatto sconvolgente di cui non abbiamo esperienza in epoca moderna. Sappiamo che comporterebbe sofferenze sociali, caos economico, finanziario e politico; ciò che il Presidente Napolitano definì nel 2013 con termini forti come “esiti irrecuperabili” o “rischi fatali”. Rispetto al 2013 alcune cose sono migliorate, sia in Europa che in Italia, ma altre sono decisamente peggiorate. In particolare, l’ipotesi di una rottura dell’euro è stata messa ufficialmente sul tavolo nel corso della crisi greca. Oggi è più difficile di due anni fa essere sicuri che l’euro sopravviva. Nessuno è peraltro riuscito a individuare un piano per uno “scioglimento cooperativo” dell’Unione Monetaria, che non comporti la chiusura delle banche, fallimenti a catena, caos. Non ci sono riusciti né politici come Schäuble o Varoufakis né accademici come Stiglitz o Krugman. Di qui la incredibile svolta di Alexis Tsipras pochi giorni dopo la vittoria del NO al referendum sull’accordo con l’Unione Europea.

Non esiste dunque altra strada se non quella di proseguire con grande determinazione sulla strada delle riforme che sta portando avanti l’attuale governo in campo economico e istituzionale. Pur rispettando le sensibilità di ciascuno, su queste riforme è difficile vedere motivi veri di divisione nel PD dal momento che, al di là della diversa narrazione,  esse sono in sostanziale continuità con quelle attuate o tentate dal governo Letta che ha avuto l’appoggio dell’intero Partito Democratico e della sua attuale minoranza. In particolare, anche ai tempi del governo Letta, così come nella ultradecennale elaborazione della sinistra democratica, il problema era quello di dare stabilità e forza all’esecutivo e non certo di indebolirlo o di rendere il parlamento più rappresentativo delle diverse e multiformi sensibilità politiche che la società esprime.

Le divisioni nel PD indeboliscono il governo,  aumentano le chance di successo  di formazioni politiche devastanti, contribuiscono a veicolare la percezione, che ha ovviamente effetti reali, di un paese sull’orlo del caos; nel loro insieme queste circostanze frenano la ripresa dell’economia e aggravano la condizione sociale del Paese. Per questi motivi credo che la via maestra per ricompattare il gruppo parlamentare sia quella di ragionare. Oltre al bastone, che sin qui il PD non ha quasi mai usato, e alla carota – questa invece ampiamente utilizzata – c’è anche il ricorso alla ragione. A patto di dirci le cose come stanno. Si stenta a credere che persone in buona fede che abbiano a riferimento l’interesse del nostro popolo, come sono la grande maggioranza dei nostri parlamentari, se correttamente informate, possano rimanere indifferenti rispetto a questi argomenti.

Giampaolo Galli

l’Unità 17 agosto 2015

 

Da rassegna Unità 17 agosto