Lezioni dalla crisi Greca. L’Unità, 27/07/2015

La crisi greca, che purtroppo è ben lontana dall’essere conclusa anche perché l’ipotesi Grexit non è  affatto scongiurata, ci offre lezioni preziose.

  • Il debito pubblico conta, nel senso che può portare un paese alla rovina. Come scrisse molti anni fa Luigi Spaventa, non siamo in grado di stabilire a priori un limite oltre il quale il debito diventa pericoloso, ma sappiamo che tale limite esiste.
  • L’uscita dall’euro può forse essere un piano B, ossia una minaccia credibile, da parte dei conservatori della Germania o di altri paesi forti. Non può certo essere una minaccia da parte dei paesi debitori. L’accusa mossa da Paul Krugman a Tsipras di non aver avuto l’accortezza di minacciare il piano B ha trovato risposte molte convincenti. I greci sono arrivati molto vicini all’exit e hanno capito che la corsa agli sportelli e la chiusura delle banche comporta il collasso dell’economia. Come ha argomentato Varoufakis in una recente intervista, annunciare (o anche solo minacciare) l’exit sarebbe come annunciare una svalutazione molto grande del tasso cambio con oltre un anno di anticipo, un tempo più che sufficiente per portare all’estero tutta la ricchezza mobile o mobilizzabile del paese. Naturalmente anche i paesi forti subirebbero conseguenze negative dall’uscita di un paese, per quanto piccolo, dall’euro. Ma la ricchezza fuggirebbe dal paese in postulato di uscire dall’euro per dirigersi verso gli altri paesi. E questo spiega perché il piano B alla fine lo abbia tirato fuori non Tsipras, ma Schaeuble.
  • A Bruxelles si può negoziare con fermezza. Ma L’idea che “battendo i pugni sul tavolo” si possa ottenere ciò che si vuole in tema di bilancio pubblico è pericolosa. In Italia questa era l’idea di Tremonti nel 2011 e ha avuto, anche di recente, autorevoli avalli. Essa postula però l’esistenza di un piano B che invece non esiste e non può esistere. Certo l’Italia ha dimensioni e  forza industriale non paragonabili a quelle della Grecia. Un sconquasso finanziario in Italia avrebbe ripercussioni molto più gravi sui paesi del Nord Europa e in realtà sull’intera economia mondiale. Ma i primi a farci male – molto male – saremmo certamente noi.
  • La Germania conta non perché usi la sua forza economica per esprimersi come potenza egemone. Al contrario, la Germania ha fatto di tutto per non svolgere un ruolo di leadership in Europa e questo semmai le può essere addebitato, almeno da chi abbia riflettuto sulla storia del secolo scorso con la stessa intensità e profondità dell’attuale classe dirigente tedesca. La Germania conta perché è uno dei paesi più solidi al mondo ed è credibile agli occhi dei risparmiatori. Per questo è chiamata di fatto e controvoglia a svolgere un ruolo improprio, quasi di prestatore di ultima istanza. Nel settembre del 1992 l’Italia voleva che la Germania continuasse a sostenere la lira, ma bastò una parola forse incauta del governatore della Bundesbank per scatenare la speculazione che ci costrinse a uscire dal Sistema Monetario Europeo. La tensione fra Germania e Stati Uniti sulla politica dei tassi d’interesse fu uno dei motivi scatenanti del crollo di Wall Street e del dollaro nell’ottobre del 1987.
  • Il limite alla libertà di scelta degli elettori in un paese democratico non è rappresentato dai mercati finanziari, ma dal debito che contraggono gli Stati. Dal 2010 la Grecia ha perso l’accesso ai mercati. Da allora il disavanzo dello stato greco nonché il rinnovo di tutti i debiti in scadenza sono stati finanziati non attraverso i mercati, ma attraverso aiuti pubblici, ossia da altri Stati, attraverso prestiti bilaterali o via BCE, fondi salva Stati e FMI. Da allora la sopravvivenza della Grecia dipende dalla benevolenza dei contribuenti degli stati creditori, non più dai mutevoli umori delle banche, degli hedge fund o dei risparmiatori. Non vi è alcuna ragione logica né alcuna evidenza che, liberatasi dal gioco dei mercati, la democrazia greca abbia potuto esprimersi in modo più compiuto. Né vi alcuna evidenza che i contribuenti siano una categoria di creditori più benevolente dei risparmiatori. I mercati finanziari vanno ovviamente regolati, ma il caso della Grecia dimostra che il problema per la democrazia non sono i mercati, ma sono gli Stati che si indebitano.

 

La vicenda greca infine ha messo in chiaro che l’Unione Europea deve cambiare. Occorre un bilancio europeo più consistente e, soprattutto, una più forte legittimazione democratica. Ma smettiamo di autoflagellarci e proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. La Grecia ha ricevuto e continua a ricevere aiuti ingenti, più di qualunque altro paese in tempi di pace. Il debito pubblico della Grecia grava quasi per intero sui contribuenti dei paesi creditori con prestiti agevolati, praticamente a fondo perduto. La solidarietà europea, pur fra errori e ritardi, alla fine si è manifestata, il che ci suggerisce che non è impossibile compiere quegli ulteriori passi avanti nella costruzione europea che ci appaiono ormai indispensabili.

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