“Il Jobs act può far ripartire il Paese” Giampaolo Galli su Il Sole 24 Ore – 11/10/2014

La principale critica che viene rivolta, da diverse parti, alla legge delega per la riforma del lavoro è che con le regole non si crea occupazione. E che in un momento di recessione come l’attuale ciò di cui c’è veramente bisogno è un sostegno alla domanda aggregata. Se non si interviene sulla domanda le imprese continueranno a ridurre il personale per via della crisi e non faranno certo nuove assunzioni.

Ora non c’è dubbio che l’Italia, come gran parte d’Europa, abbia un problema di carenza di domanda. Ma è anche vero che le due cose non si escludono affatto: è necessario fare la riforma del lavoro, come hanno fatto molti paesi con buoni risultati, ed è necessario stimolare la domanda. Il bonus Irpef da 80 euro e, in qualche misura, anche il taglio Irap del 10% sono misure di sostegno della domanda. A conferma della direzione intrapresa, nell’aggiornamento al DEF si propone una manovra di bilancio espansiva per circa 11 miliardi, lo 0,7% del PIL. Nel 2015 il disavanzo programmatico è infatti pari al 2,9% a fronte di un tendenziale al 2,2%. E’ la prima volta in almeno un quindicennio che il governo propone una manovra espansiva di questa dimensione. Con la correzione al rialzo del disavanzo viene meno la necessità di fare subito tagli alle spese nell’ordine di 20 miliardi di euro, che avrebbero avuto indubbi e ulteriori effetti recessivi sull’economia italiana. Rimane l’esigenza di razionalizzare e contenere la spesa pubblica, ma ora lo si può fare a ritmi più compatibili con l’andamento dell’economia.

Alcuni economisti propongono manovre shock di riduzione delle tasse che porterebbero il disavanzo ben oltre la soglia del 3 per cento. Questa proposta sarebbe plausibile se i mercati finanziari potessero fare affidamento su un impegno bipartisan – forse oggi bisognerebbe dire almeno tripartisan per tenere conto del M5S- della politica italiana a realizzare un piano di rientro fatto di massicci tagli di spesa nei prossimi cinque o dieci anni. Purtroppo le riserve di credibilità della nostra politica sono piuttosto limitate e comunque un impegno del genere è fuori dalla realtà. Facciamo dunque bene a tenerci prudentemente all’interno del 3 per cento. Persino così rischiamo di incorrere in nuova una procedura d’infrazione europea che non ci aiuterebbe certo a realizzare i massicci collocamenti di titoli di Stato previsti per i prossimi mesi.

Alcuni politici sembrano credere che si possa aumentare il disavanzo oggi senza ridurlo in futuro, ossia che non sia necessario predisporre piani di rientro per il maggior debito che nel frattempo si accumulerebbe. Costoro fanno appello a supposte virtù taumaturgiche del moltiplicatore keynesiano che consentirebbe finalmente di liberare l’umanità dal giogo della limitatezza delle risorse. Non è così. E’ vero invece che meno austerity oggi comporta più austerity domani. Peraltro l’austerity alla quale siamo costretti oggi, in Europa come negli Stati Uniti, non è certo un vezzo ideologico. E’ il risultato di straordinari aumenti dei disavanzi pubblici che furono realizzati – giustamente – in quasi tutti i paesi nel 2009 con lo scopo di evitare il collasso dell’economia. In Italia è il risultato di decenni di disavanzi eccessivi.

L’Unione Europea e la BCE dovrebbero fare di più, e di più dovrebbero fare i paesi in surplus. Vero, ma per fare di più di quanto è stato sin qui deciso bisogna convincere gli altri paesi, a cominciare dalla Germania che è una grande democrazia e i cui politici, al pari dei nostri, rispondono al loro elettorato e non a quello di altri paesi. E l’elettorato tedesco non vede ragione di mettere a rischio la stabilità macroeconomica dal momento che in quel paese, nonostante la crisi internazionale, la disoccupazione è scesa al 4,9 per cento da valori superiori al 10 per cento a metà degli anni 2000. La disoccupazione giovanile è al 7,6 per cento, un valore che può considerarsi fisiologico. Questo sì che può a buon diritto essere definito un miracolo. La sinistra radicale punta il dito sui sette milioni di mini-job precari e mal pagati. Ma nessuno dubita che la piena occupazione sia in larghissima misura il frutto di quel radicale cambiamento di regole del lavoro che fu realizzato con grande coraggio politico dal governo di Gerhard Schröder nei primi anni 2000.

Se ne traggono due conclusioni. Chi fa appello alla domanda aggregata, in alternativa alla riforma del lavoro, butta la palla fuori dal campo di gioco. L’Italia non può fare di più. L’Europa forse sì, ma è improbabile che lo faccia, quantomeno nella misura che sarebbe necessaria per toglierci le castagne dal fuoco.

In secondo luogo, il caso tedesco mostra in modo non equivoco che le regole del lavoro contano a fini della crescita e ai fini dell’occupazione. E non si capisce perché l’Italia non possa fare come la Germania, non certo copiando ma traendo ispirazione da ciò che là è stato fatto ed ha avuto successo.

 

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