“Così si può tornare a fare impresa” Giampaolo Galli su Europa – 16/10/2014

C’è un clima di grande soddisfazione nel mondo delle imprese che giustifica appieno la frase di Giorgio Squinzi sul sogno che si avvera. Per la prima volta da che si ricordi un governo annuncia provvedimenti che superano le aspettative più ottimiste degli imprenditori. Nessuno si sarebbe aspettato l’abolizione, o comunque la radicale riforma dell’art. 18, l’azzeramento della componente lavoro dell’Irap e dei contributi per i nuovi assunti. 

Ormai da vari decenni le leggi di bilancio portano alle imprese notizie più o meno cattive o comunque, come fu nel caso della legge di stabilità dell’anno scorso, di molto inferiori alle aspettative. Da anni le imprese vivono le leggi finanziarie come soldati in trincea, timorose del fuoco nemico e di quello amico, sfiduciate da annunci positivi cui seguono fatti di segno opposto.

Oggi, quantomeno in queste ore, è diverso. Le imprese credono che Renzi faccia sul serio. Che agli annunci seguano i fatti. Il tweet di Renzi di ieri ha dell’incredibile in un paese abituato alla cautela e  ai più arzigogolati equilibrismi fra esigenze e impostazioni diverse.

E soprattutto dimostra che il premier ha una strategia chiara. Per far ripartire il paese occorre ottenere la fiducia di chi fa impresa. Sono le imprese che fanno il PIL, sono le imprese che creano lavoro. Quindi o si fa leva sulla voglia di fare impresa che ancora c’è in Italia, oppure non ci risolleviamo.

Per anni abbiamo sentito studiosi, sindacalisti e politici fare la lezione alle imprese.  Dovete fare più ricerca e innovazione, aprirvi a nuovi capitali, andare in borsa, internazionalizzarvi – guai però a delocalizzare! -; dovete mettere in atto le migliori pratiche della corporate governance e della responsabilità sociale. Tutte cose sacrosante naturalmente, ma tutte cose a cui manca il tassello decisivo: occorre che ci sia l’impresa. E’ proprio così. A furia di dire che cosa dovrebbe fare l’impresa responsabile abbiamo perso l’impresa. E con essa il lavoro e la fiducia nel futuro.

La crisi italiana è oggi in larga misura una crisi degli investimenti. La caduta degli ultimi anni è sbalorditiva. E ha ragione Landini quando dice che senza gli investimenti non si risolve nessun problema. Ma non ci si può non chiedere per quale motivo ben pochi abbiano ancora voglia di fare investimenti in un paese che, pure, dal dopoguerra è stato la culla di un’imprenditorialità ricchissima che il mondo ci invidiava e cercava di imitare.

Chi si oppone “da sinistra” alla strategia di Renzi ha dalla sua parte tanti argomenti di tradizionale buon senso. Occorre contemperare, non bisogna essere troppo divisivi, bisogna trovare un consenso ampio, occorre cautela nei tagli di spesa, non si possono rinnegare battaglie di decenni. C’è molto di giusto, salvo il fatto che non siamo in tempi in cui si possano utilizzare argomenti di tradizionale buon senso. L’Italia è in un angolo. La crisi sociale è sotto i nostri occhi e se l’economia non riprende si avvererà la profezia di chi ritiene che il nostro debito pubblico sia tecnicamente insostenibile. E se ciò avvenisse, se cioè i mercati si convincessero davvero che il nostro debito è insostenibile, la nostra crisi, per quanto già oggi grave, subirebbe un salto qualitativo di dimensioni imponderabili. Gli esiti potrebbero essere davvero irrecuperabili.

Quando avviò le riforme del mercato del lavoro, Gerhard Schröder disse: “Se la Germania non modernizza le proprie istituzioni del mercato del lavoro, allora queste saranno modernizzate dalla forza bruta dei mercati globali, che lascerà ben poco spazio per una rete di protezione sociale”.  I tedeschi lo seguirono perché, dopo anni di bassa crescita e crescente disoccupazione, avevano la chiara percezione che la Germania fosse in un angolo.

L’angolo in cui si trova oggi l’Italia, per via della crisi internazionale e per demeriti in parte suoi in parte dell’Europa, è molto più stretto di quello in cui si trovava la Germania all’inizio degli anni 2000. Occorre reagire e per farlo occorre ben di più del comune buon senso dei tempi che furono.

Scarica dalla rassegna di oggi: “Così si può tornare a fare impresa”

Leggi da sito di Europa

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