“La manovra, i fatti e qualche leggenda” – il commento di Giampaolo Galli su l’Unità – 28/10/2013

Parafrasando Jane Austen, si potrebbe dire che è una verità e una verità universalmente riconosciuta che la legge di stabilità è poco coraggiosa. Lo dicono quasi tutti. Solo il Capo dello Stato, guardando alla sostanza delle cose, ha ammonito che va bene il coraggio, a patto che non sconfini nell’incoscienza. Tutti gli altri vorrebbero qualcosa di più. Tutti invocano una scossa all’economia, una frustata come quella che Berlusconi invocava, quando era Presidente del Consiglio,  ma che non seppe mai dare. A fronte di tanta presunta cautela del governo, o, per meglio dire, a fronte dell’evidenza che i miracoli non li fa nessuno, molti cominciano a sospettare che ci sia addirittura un disegno politico neocentrista la cui trama si disvelerà appieno quando verrà alla luce la proposta di ritorno ad una legge elettorale proporzionale: il trionfo dei giovani vecchi della democrazia cristiana.

Poco importa che il Ministro Saccomanni e il Ragioniere Generale dello Stato nulla abbiano a che fare con disegni politici qualsivoglia. Poco importa che entrambi siano stati stretti collaboratori di quello stesso Mario Draghi che firmò con Trichet la famosa lettera dell’agosto 2011 al governo italiano, una lettera che si colloca anche simbolicamente all’esatto opposto di quella cultura democristiana accomodante che si vorrebbe strumentalmente criticare. Poco importa che il vicepresidente del Consiglio sia esponente di punta di un partito che ha fatto della lotta allo statalismo la sua bandiera. Tant’è. Tutti vecchi democristiani in allegra compagnia di Enrico Letta.

Il merito delle questioni e di cosa si possa effettivamente fare sulla finanza pubblica interessa pochi, ma le analisi politiche si sprecano e la conclusione è assolutamente implacabile. Le larghe intese hanno fallito. Da qualche giorno nessun commentatore se la sente più di scommettere sulla sopravvivenza del governo. Naturalmente le cause vere dell’accelerazione della crisi politica non hanno  nulla a che fare con la legge di bilancio. Ma la legge di bilancio è una scusa fenomenale, la cartina di tornasole, la prova provata, per tabulas, che le larghe intese non funzionano, che mettono insieme il peggio e non il meglio di tutte le parti politiche che vi partecipano. Dunque, secondo i più, le elezioni sono alle porte.

Se in politica ci fosse un pizzico di buon senso basterebbe guardare gli emendamenti che verranno proposti in Parlamento per capire se qualcuno ha davvero due idee in croce su dove trovare le coperture per fare il “di più” che tutti, universalmente, reputano necessario. Possiamo stare tranquilli che non verrà fuori niente di serio. I teorici della scossa, del “ci vuole ben altro”, se ne staranno ben nascosti. Al più vedremo qualche cosetta demagogica per dare un “segnale”. Chissà, magari qualcuno proporrà di rimettere l’Istituto del Commercio Estero nella lista degli enti inutili. Forse qualcuno, più diligente, proverà a dare concretezza sin da ora ad alcune delle riduzioni di spesa che nella legge  sono affidate alla “spending review”, ma nessuno – ne possiamo stare assolutamente certi – arriverà neanche ad una frazione di ciò che la legge chiede al commissario Carlo Cottarelli: 3 miliardi nel 2015, 7 nel 2016 e 10 nel 2017. Questi tagli non sono affatto modesti. Si aggiungono a quelli già definiti, che consistono principalmente nella proroga, con aggiustamenti, dei vari blocchi disposti negli anni scorsi: contrattazione e turn over nel pubblico impiego, indicizzazione delle pensioni in essere. Queste sono misure molto severe, al limite delle legittimità oltre che della sopportabilità sociale, che hanno già provocato riduzioni notevoli della spesa. Negli ultimi anni il numero dei dipendenti pubblici è sceso di trecento mila unità e i loro stipendi hanno già perso una mensilità in termini di potere d’acquisto. Interventi di questa natura hanno dei limiti perché non discriminano come si dovrebbe in base al merito delle singole  amministrazioni e dei singoli dipendenti. Ma nessuno sino ad oggi è riuscito a concepire misure altrettanto efficaci sia per contenere la spesa sia per rendere più efficiente la macchina pubblica.

L’unico tema sul quale sono pronte alcune proposte di tagli è quello delle cosiddette pensioni d’oro. Si tratta di un argomento molto delicato dal momento che per avere un gettito di qualche rilievo occorre considerare elevate – e dunque penalizzare – pensioni che in realtà sono piuttosto basse. Tipicamente queste pensioni, in quanto maturate con il sistema retributivo, non hanno a fronte contributi adeguati specie se le persone hanno fruito del pensionamento anticipato di anzianità. Ma non si può certo considerare ricco un medico che all’età di settant’anni percepisce una pensione di tremila euro lordi. In ogni caso, si discute se un intervento incisivo su queste pensioni possa dare un gettito più vicino ad alcune centinaia di milioni  o a due miliardi. Sembra essere sfuggito all’infuocato dibattito sul tema che dalla parziale deindicizzazione di queste pensioni il governo intende recuperare risorse molto consistenti che crescono negli anni sino a ben 2,160 miliardi di euro nel 2016. C’è da chiedersi se questo intervento connoti mancanza di coraggio o, al contrario, un po’ di incoscienza.

Si consideri che fra il 2011 e il 2016 una pensione sopra i tremila euro perde, in via definitiva, circa il 10% del suo valore. Il rischio di questo intervento, che si aggiunge a quelli degli anni scorsi, è di generare paura, oltre che sfiducia nello stato e nelle sua promesse, nella popolazione dei pensionati. Costoro avrebbero ben ragione di temere ulteriori interventi penalizzanti in futuro. L’effetto sarebbe di congelare i consumi, anche se le risorse fossero utilizzate per ridurre l’Irpef sui redditi medio-bassi.

Come il ministro Saccomanni ha più volte spiegato, con dovizia di dati, oggi è difficile tagliare la spesa perché è totalmente falsa l’idea che non sia stata tagliata negli anni scorsi, nelle sua varie articolazione inclusi i consumi intermedi e i trasferimenti alle imprese. Il fatto che i tagli di Tremonti fossero lineari non significa affatto che non fossero tagli. E così quelli di Monti, Grilli ed Enrico Bondi. Ma a quanto pare, secondo la straordinaria vulgata che va per la maggiore, questi signori erano tutti più o meno inconsapevolmente complici del grande complotto conservatore e neocentrista.

Dalla rassegna stampa: La manovra, i fatti e qualche leggenda

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