“Via l’Imu, ma la Service tax è anche sugli immobili” Giampaolo Galli su Europa – 30/08/2013

Il governo Letta non morirà sull’Imu. Questa è la buona notizia, perché il Paese non può permettersi una crisi di governo. Le incognite rimangono, ma questa era la principale, per via delle promesse elettorali sconsiderate del Pdl e, in misura maggiore o minore, di tutti gli altri partiti.

Nel 2013 le prime case non pagheranno nulla. Questa è una stranezza, ma forse è meglio questa strana transizione al nuovo regime, opportunamente federalista, della Service Tax piuttosto che una riforma affrettata che avrebbe creato incertezza per contribuenti e l’amministrazione.

E’ giusta l’abolizione dell’Imu sugli immobili invenduti e su terreni e fabbricati agricoli, nonché la deducibilità, sia pure parziale, dell’Imu sugli immobili d’impresa.

“Il gioco delle tre tasse” è stato il commento più gettonato della giornata. Si cambia nome alla tassa e passata la festa… Per chi ha sempre ritenuto che l’Imu fosse una tassa sacrosanta, anche se perfettibile, questa in fondo è un’altra buona notizia. Per fortuna non si fa la sciocchezza colossale di abolire del tutto una qualche forma di tassazione sulla prima casa. Ce l’avevano chiesto l’Ocse e il Fmi. Era – non va dimenticato – una delle sei condizioni che ci aveva posto l’Unione Europea quando ci ha svincolati dalla procedura di disavanzo eccessivo e sarebbe stato assurdo fare diversamente. Peraltro su poche altre cose c’è altrettanto consenso fra gli economisti di ogni credo politico: un’imposta moderata sugli immobili consente di alleggerire le vere imposte distorsive che sono quelle su lavoro e impresa. A chi cita le distorsioni e le iniquità presenti nella tassazione sugli immobili – le quali in qualche misura rimarranno anche con la Service tax – è facile rispondere che non vi è nulla di più iniquo e distorsivo, anzi assurdo, dell’imposta sui redditi, una tassa sul sudore della fronte di quel sottoinsieme di contribuenti che la pagano.

Ma la vera lezione di questa vicenda è che non c’è modo di attuare consistenti tagli alla spesa pubblica nell’immediato. Questa era la storiella messa in giro dal Pdl e tanti altri in campagna elettorale. E questa storiella è uscita a pezzi. Né il Pdl né nessun altro è riuscito a individuare tagli veri e fattibili nell’immediato nella misura necessaria. Come ha argomentato il ministro Saccomanni in Parlamento, ulteriori tagli sono possibili dal 2014 con una vera spending review, che deve essere rafforzata ed è il vero test a cui è chiamato questo governo.

Nell’immediato si può fare poco perché è assolutamente falsa la vulgata secondo cui negli ultimi anni non sono stati fatti tagli e perché ulteriori tagli sono già previsti a legislazione vigente per l’anno in corso. Nell’ultimo triennio la spesa primaria è scesa dell’1,8% a prezzi correnti e del 5% al netto dell’inflazione. Quanto alla spesa corrente, al netto di interessi e prestazioni sociali, la discesa è stata di 4 punti (7 in termini reali). I consumi intermedi, al netto della sanità, scendono del 24% fra il 2010 e il 2014. Una forte stretta è in atto su tutte le altre principali poste della spesa pubblica, dai dipendenti ai trasferimenti alle imprese e agli enti decentrati, e, come ha spiegato Saccomanni, ulteriori tagli immediati rischiano di compromettere il corretto funzionamento degli apparati pubblici.

E’ bene che si prenda atto di questa realtà, altrimenti si continuano ad alimentare aspettative irrealistiche che sono alla base di giudizi affrettati sull’efficacia dell’azione di governo. Chi crede che il maggior partito della coalizione, il Pd, coltivi ancora il vecchio vizio del “tassa e spendi” ha ora l’onere di spiegare perché il Pdl o Scelta Civica non siano riusciti a proporre nulla di meglio.

 

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