Galli: “Lo Stato saldi il conto con le Pmi. Così si rilancia subito il lavoro” – affaritaliani.it – 20/02/2013

La prima misura di politica economica che farei per risolvere la disoccupazione? Lo Stato deve cominciare a pagare gli ingenti debiti che ha accumulato nei confronti delle imprese e  deve fare alcuni investimenti nella manutenzione degli edifici pubblici, ad esempio le scuole, e nella salvaguardia del territorio per creare valore aggiunto e lavoro, ma ciò richiede una  revisione del patto di stabilità interno”giampaolo-galli8. L’economista Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria e esponente di spicco del Pd, candidato alle prossime politiche, sceglie Affaritaliani.it per entrare nel dettaglio di alcune proposte economiche del programma del partito di Pier Luigi Bersani.

Sempre sul lavoro, Galli spiega che è necessario “mettere mano alla riforma Fornero per quanto riguarda la flessibilità in entrata: c’è il rischio che alcune previsioni dell’ultima riforma – dice- facciano sì che persone che fino a questo momento sono state precarie finiscano disoccupate o al nero”. E sull’agenda Monti? “Il modello della flexsecurity di tipo danese è molto costoso. Nella sua versione originaria il piano Ichino è troppo oneroso per le imprese”. Poi il progetto INDUSTRIA 2020 e la Fiat…

 

L’INTERVISTA

Qual è la prima misura di politica economica che farebbe in Italia per risolvere il dilagante problema della disoccupazione?

“Lo Stato deve fare ciò che è dovuto. Deve cominciare a pagare gli ingenti debiti che ha accumulato nei confronti delle imprese,  il che metterebbe in circolo un po’ di liquidità, e  deve fare alcuni investimenti nella manutenzione degli edifici pubblici, ad esempio le scuole,  e nella salvaguardia del territorio, il che richiede una  revisione del patto di stabilità interno”.

Perché è importante questa seconda operazione?

“Perché certe opere non possono essere rinviate all’infinito e perché  l’edilizia è un settore trainante  per il  valore aggiunto e l’occupazione dell’intera economia”.

La grande battaglia della Cgil contro il governo Monti è stata l’opporsi con fermezza al principio che per incentivare formule a tempo indeterminato bisogna aumentare la flessibilità e ridurre le tutele nel mercato del lavoro. E’ d’accordo con questa battaglia?

“Un’ulteriore  revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è fuori agenda; non avrebbe senso. Per quanto riguarda invece la flessibilità in entrata, data la crisi, c’è il rischio che alcune previsioni della legge Fornero facciano sì che persone che fino a questo momento sono state precarie finiscano disoccupate o al nero. Alla luce dell’esperienza che stiamo accumulando, forse qualche ritocco in questo ambito è necessario”.

In che modo?

“Ci sono alcuni meccanismi che spaventano parecchio le imprese come le trasformazioni automatiche in contratti a tempo indeterminato. Un ripensamento mi pare opportuno”.

Cosa sbaglia il presidente del Consiglio Mario Monti nella sua Agenda al capitolo lavoro?

“Conosco il progetto Ichino  nella sua versione originaria e la mia opinione è che costa troppo per le imprese. Mi pare che nella lista Monti sia ora in corso una messa a punto di cui però non conosco i dettagli”.

Perché è troppo oneroso per le aziende?

“Il modello della flexsecurity di tipo danese è molto costoso. Dato che lo Stato italiano non può permetterselo, il progetto Ichino metteva una parte notevole delle spese per il sostegno al reddito delle persone che perdono il lavoro a carico delle imprese  “.

A proposito di copertura delle misure di politica economica, il PD, nel suo programma, propone una detassazione delle retribuzioni, intervenendo sul cuneo fiscale. Dove trovare i soldi?

“La prima cosa da fare è verificare l’andamento dei conti pubblici per mantenere gli impegni presi con l’Europa. Quella del cuneo fiscale, ossia la differenza fra il costo del lavoro per l’impresa e la busta paga netta, è la priorità fra le possibili riduzioni di tasse da attuare nel nostro Paese. Tutte le tasse sono brutte, o comunque distorsive, ma le peggiori sono quelle che concorrono a formare il cuneo fiscale, perché incidono sulla competitività delle imprese e disincentivano l’occupazione. Ciò va fatto, però, man mano che si liberano risorse dal bilancio pubblico grazie alle politiche di riduzione della spesa, alla riduzione degli interessi sul debito pubblico e al recupero dell’evasione fiscale”.

E’ possibile recuperare risorse anche tassando i grandi patrimoni, come ha proposto ad esempio la Cgil…

“Nessuna patrimoniale. Il Pd intende rimodulare l’Imu che è già una patrimoniale sugli immobili. Bisogna alleggerirla per quelle fasce di reddito che sono in sofferenza per la tassa, aumentando un po’ invece l’aliquota per le persone che se lo possono permettere”.

La scorsa settimana, l’Istat ha certificato il sesto trimestre consecutivo di Pil con il segno meno. Cosa non ha funzionato delle politiche sulla crescita del governo Monti?

“In quanto strutturali, le misure sulla crescita messe in campo da Monti avranno un effetto dilazionato nel tempo. Gli effetti recessivi delle misure di Monti sono la  conseguenza inevitabile degli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo Berlusconi. Mi riferisco all’anticipo di un anno del pareggio di bilancio, dal 2014 al 2013. Qualunque cosa si fosse fatta per raggiungere questo obiettivo, vi sarebbe stato un effetto recessivo sull’economia”.

Per sostenere le imprese, il Pd punta a un piano soprannominato INDUSTRIA 2020. Può spiegare di cosa si tratta?

“Sono una serie di misure che traggono ispirazione da un precedente piano avviato da Bersani quando era Ministro dello Sviluppo Economico che si chiamava INDUSTRIA 2015. Si tratta di progetti di ricerca a cui lo Stato dà un contributo, che impegnano consorzi di imprese e di centri di ricerca sui grandi driver di sviluppo dell’economia italiana come l’Ict, la mobilità sostenibile e la green economy. Alcuni temi che nel medio termine possono fare la differenza nello sviluppo. Ce ne sono altri, ma la ricerca e l’innovazione sono la chiave per la crescita delle aziende in un’economia globale”.

Per anni è stato direttore generale della Confindustria. Conosce, quindi, da vicino il mondo Fiat. Crede alle parole dei vertici del Lingotto che di recente hanno confermato il loro impegno nel nostro Paese, dopo aver fatto però una clamorosa marcia indietro sul piano Fabbrica Italia?

“Ci credo, ma naturalmente attendiamo i fatti, fino ad ora un po’ carenti, anche perché c’è stata una congiuntura particolarmente sfavorevole nell’economia in generale e nel settore auto in particolare”.

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